Avvocati 2018: il rapporto CENSIS

Qualche mese fa, entrando nella mia posizione personale sul sito della Cassa Forense, ho partecipato a un questionario online (insieme a un campione di altri 11.000 colleghi avvocato) relativo sia alla mia situazione professionale sia a ciò che penso delle ultime riforme e del futuro della professione.

I dati dell’indagine (analizzati alla luce di altre statistiche nazionali) sono poi stati resi pubblici dal rapporto CENSIS la scorsa estate e io ho avuto l’opportunità di leggerli solo in questi giorni sul numero 2/2018 del periodico “La previdenza forense”.

Vediamo quindi la “fotografia” che ne risulta.

Iniziamo dal primo passo per chi vuole diventare avvocato, ovvero l’Università: a partire dal 2010 sono in calo gli iscritti alla facoltà di Giurisprudenza, per la precisione 10.000 immatricolazioni in meno negli ultimi sette anni. Il trend è quindi cambiato rispetto “ai miei tempi” (sono purtroppo abbastanza vecchio da dirlo ormai…). La mia immatricolazione a “legge” (come si usava dire) risale all’ormai lontano 1999. Tempi andati, quando il web era considerato in Italia poco più che “un gioco”, le Torri Gemelle reggevano il cielo di New York e la spaventosa crisi economica del 2008 era impensabile al di fuori di un film di fantascienza. “Se ti iscrivi a legge, avrai aperte tutte le porte”, si diceva ancora nel 1999.

Laureatomi, dopo un breve periodo a Londra, iniziai il praticantato e inevitabilmente mi scontrai con gli “umori” degli avvocati durante i colloqui conoscitivi per iniziare il mio biennio di tirocinio presso uno Studio. Era il 2005/2006 e già all’epoca qualche “se è proprio sicuro, allora prego” si iniziava a sentire. Del resto, il gran numero di immatricolati gli albi iniziava a pesare: dalla metà degli anni ’90 si è avuto un vero e proprio boom di nuovi avvocati. E oggi, cosa consigliamo noi avvocati ai giovani desiderosi di intraprendere la nostra strada? Dal rapporto CENSIS risulta che solo il 2% consiglierebbe questa carriera ai giovani, mentre il 30% la sconsiglierebbe con forza mentre (e qui ci sono anche io) il 44% la consiglierebbe solo se fortemente motivati e consapevoli delle difficoltà che si incontreranno.

Del resto, gli avvocati continuano a essere tanti: complessivamente in tutta Italia, in media, ci sono 4 legali ogni 1000 abitanti, con regioni abbastanza equilibrate come la Valle d’Aosta che ha 1,5 avvocati ogni 1000 abitanti e altre in forte difficoltà come la Calabria, che ha addirittura 7 avvocati ogni 1000 cittadini.

Questo, insieme alla crisi economica, ha fatto sì che il reddito sia non solo in diminuzione a livello medio in tutta Italia, ma anche differenziato in base alla regione, all’età e al sesso del professionista. In regioni come Calabria e Molise l’avvocato in media guadagna molto meno dei suoi colleghi per esempio lombardi (anche quattro volte meno), le colleghe in media guadagnano meno dei colleghi (circa la metà) e i giovani difficilmente riescono a raggiungere un livello di stabilità economica prima dei 45 anni (altro che giovani…).

Anche gli avvocati di più di cinquant’anni di età sono tuttavia in difficoltà (si parla sempre di media): basti pensare che il 62% degli avvocati nazionali (parliamo quindi di poco meno di 150.000 professionisti!) si è espresso in termini negativi sulla situazione, registrando un recente passato complicato e immaginando un futuro difficile (futuro “grigio” per il 34% e futuro “nero” per il 28%). Un avvocato su quattro dichiara che la sua situazione è più o meno la stessa negli ultimi anni, mentre poco più di uno su dieci è contento e ha rosee previsioni sull’avvenire (meno male, qualcuno positivo!). Un dato che emerge con prepotenza dall’indagine è l’aumento della percentuale femminile in professione: le donne, nel 1995 il 25% degli iscritti, oggi hanno raggiunto quota 48%: un avvocato su due, oggi, è donna.

Per quanto attiene alle recenti novità introdotte nella professione, l’avvocatura è divisa a metà un po’ su tutto: introduzione del preventivo obbligatorio (personalmente sono favorevole, superando le difficoltà iniziali di riuscire a quantificare con precisione il nostro lavoro), introduzione dell’assicurazione responsabilità professionale (anche qui sono d’accordo, io l’ho fatta sin dal primo giorno di abilitazione), esercizio della professione in società con ingresso di socio non professionista (in questo caso ho delle riserve).

Insomma, il rapporto CENSIS non dice nulla di nuovo agli avvocati più attenti e sensibili ai problemi della nostra professione, tuttavia mi pare importante che questa situazione venga analizzata sia dal singolo professionista, per orientare meglio il suo lavoro, sia dal legislatore e da chi ci rappresenta, perché ritengo sia necessario un intervento forte per salvaguardare la professione in generale: non parliamo solo del diritto degli avvocati di fare il lavoro che amano ma anche di quello dei cittadini di essere difesi nel migliore dei modi da professionisti sereni e non attanagliati da problemi economici, concorrenza spietata e sleale. Anche sul numero degli avvocati (che sta calando leggermente, ma in tempi biblici) io interverrei, non con espulsioni in base al reddito ma forse con una maggior selezione iniziale. Ma sul punto dovremmo aprire un dibattito infinito, e non è questa la sede adatta.

Avv. Giuliano Conconi

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